Come usano l’intelligenza artificiale gli italiani: i dati del report Digital 2027
- 6 Novembre 2026
- Posted by: Andrea Lauricella
- Categoria: Intelligenza Artificiale, Web Marketing
In breve
- Secondo il report Digital 2027 Italy, il 76,1% degli utenti internet italiani dai 16 anni in su ha usato uno strumento di IA nell’ultimo mese.
- Solo il 21,9% dice di sentirsi a proprio agio nell’usarli: l’uso corre più veloce della confidenza.
- L’IA serve soprattutto a cercare informazioni (64,1% di chi la usa) e a chiedere consigli su problemi (41,0%). Scrivere testi è solo al 12,3%.
- Il 48,8% usa l’IA per cercare informazioni ogni mese, ma i motori di ricerca restano all’86,2%.
- Per le aziende: il 17,1% usa già l’IA come fonte principale per informarsi sui brand. ChatGPT genera il 65,76% del traffico che le IA inviano ai siti.
Il 4 novembre DataReportal ha pubblicato Digital 2027 Italy, il report annuale curato da Simon Kemp con We Are Social e Meltwater che fotografa come gli italiani usano internet, i social e i servizi digitali. Quest’anno c’è un capitolo dedicato all’intelligenza artificiale, con dati raccolti da GWI nel secondo trimestre 2026 su un campione di utenti internet dai 16 anni in su.
Ho letto quel capitolo con attenzione, perché risponde a una domanda che mi fanno spesso in aula, sia i docenti sia gli imprenditori: «ma quanti la usano davvero, l’IA?». La risposta breve è: molti più di quanto pensiamo. La risposta lunga è più interessante, e riguarda come la usano.
Tre italiani online su quattro hanno usato l’IA nell’ultimo mese
Il dato di apertura è netto: il 76,1% degli utenti internet italiani dai 16 anni in su dichiara di aver usato uno strumento di intelligenza artificiale nell’ultimo mese. Il 31,0% ha usato ChatGPT, il 28,2% Google Gemini. Solo il 4,0% ha pagato un abbonamento.

La distanza tra il 76% complessivo e le percentuali dei singoli assistenti fa pensare che molte persone incontrino l’IA anche dentro servizi che usano già, non solo aprendo un chatbot. Il report non scompone questo dato, quindi lo prendo come un’ipotesi da tenere presente, non come una certezza.
Il numero che mi ha colpito di più è un altro: solo il 21,9% dice di sentirsi a proprio agio nell’usare strumenti di IA. Tre persone su quattro la usano, poco più di una su cinque si sente sicura nel farlo. È la fotografia più chiara che conosca del bisogno di AI literacy: l’uso è già arrivato, la competenza non ancora.
A cosa serve l’IA agli italiani: soprattutto a informarsi
Tra chi ha usato l’IA nell’ultimo mese, i motivi principali sono:
- trovare informazioni: 64,1%;
- avere consigli su problemi: 41,0%;
- ricevere raccomandazioni personalizzate: 32,3%;
- imparare o migliorare competenze: 29,4%;
- risparmiare tempo o essere più efficienti: 22,8%;
- gestire salute e benessere: 18,0%.

Creare o migliorare testi scritti si ferma al 12,3%, immagini e video al 15,6%. Il racconto pubblico sull’IA generativa è tutto centrato sulla produzione di contenuti, ma gli italiani la usano soprattutto come fonte: per sapere, per decidere, per farsi consigliare. E qui la questione cambia natura: non è più «quanto bene scrive», ma «quanto è affidabile quello che mi dice».
Quel 18% che la usa per salute e benessere e quel 41% che le chiede consigli su problemi personali meritano attenzione: sono gli ambiti in cui una risposta sbagliata, detta con sicurezza, pesa di più.
L’IA come motore di ricerca: non sostituisce Google, lo affianca
Il report misura anche come gli italiani cercano informazioni online. Il 48,8% usa strumenti di IA per cercare informazioni ogni mese. I motori di ricerca tradizionali, però, restano all’86,2%.

Altri due dati confermano quanto l’IA sia entrata nelle abitudini: nella classifica Semrush dei siti più visitati in Italia ad agosto 2026, chatgpt.com è al dodicesimo posto con circa 102 milioni di visite mensili, appena dietro google.it; e «chatgpt» è la quattordicesima ricerca più frequente su Google tra luglio 2025 e giugno 2026. In altre parole, molti arrivano all’IA passando da Google.
Cosa significa per aziende e professionisti
Per chi fa marketing, il capitolo sull’IA va letto insieme a quello sui brand. L’11,2% degli utenti dichiara di scoprire nuovi brand o prodotti attraverso l’IA e il 17,1% la usa per informarsi su brand e possibili acquisti. Tra i canali principali per informarsi su un brand, l’intelligenza artificiale è al 17,1%: lontana dai motori di ricerca (54,5%) e dalle recensioni (33,4%), ma già davanti a siti di domande e risposte, video e app.

Interessante anche il dato sul traffico: tra le principali piattaforme di IA, a luglio 2026 ChatGPT ha generato il 65,76% delle visite inviate ai siti web italiani, Google Gemini il 17,97%, Perplexity il 6,40%, Microsoft Copilot il 6,23% e Claude il 3,65% (dati Statcounter, calcolati solo su queste cinque piattaforme).

La conseguenza pratica, per una PMI, è semplice da dire e meno da fare:
- la SEO resta la base: i motori di ricerca sono ancora il primo canale, e gli assistenti attingono spesso dagli stessi contenuti;
- contano le risposte chiare: pagine che spiegano bene cosa fate, per chi, dove e a che prezzo hanno più probabilità di essere riprese anche da un assistente;
- recensioni e reputazione pesano: sono il secondo canale per informarsi su un brand e sono fonti che anche le IA leggono;
- misurate: controllate in Analytics quanto traffico arriva già da chatgpt.com e dagli altri assistenti, prima di cambiare strategia.
Cosa significa per la scuola
Il report misura gli utenti dai 16 anni in su, quindi parla anche degli studenti delle superiori e delle loro famiglie. Se il 64% di chi usa l’IA lo fa per trovare informazioni e il 29,4% per imparare o migliorare competenze, la scuola non può limitarsi a chiedersi se permetterla o vietarla. Deve insegnare a verificare quello che l’IA restituisce, a riconoscere quando una risposta è plausibile ma sbagliata, a capire quando ha senso chiedere a un assistente e quando no.
È lo stesso punto che il decreto legislativo 179/2026 mette al centro della formazione dei docenti, di cui ho scritto qui: non basta conoscere gli strumenti, serve un approccio critico.
La mia lettura
Questi numeri dicono una cosa che vedo ogni settimana in aula: l’IA non è più una novità da provare, è già un’abitudine. Ma è un’abitudine senza istruzioni. La usiamo soprattutto per informarci e per farci consigliare, cioè proprio nei compiti in cui serve più spirito critico, e meno di una persona su quattro dice di sentirsi a proprio agio nel farlo.
Per questo insisto sul Metodo F.A.I.: Fermati prima di prendere per buona una risposta, Analizza da dove viene e se regge a una verifica, Impara qualcosa che resti tuo, non dell’assistente. Non basta usare l’IA: bisogna pensare mentre la si usa.
Se vuoi colmare quel divario tra uso e competenza, nella tua scuola o nella tua azienda, trovi i miei percorsi nella pagina dei corsi. Per i docenti, il libro Insegnare quando l’IA è già in classe parte proprio da qui: gli studenti la usano già, la domanda è come accompagnarli.
Fonte: We Are Social e Meltwater (2026), «Digital 2027 Italy», report di DataReportal (Kepios) a cura di Simon Kemp, pubblicato il 4 novembre 2026. Dati sull’IA: GWI (Q2 2026), utenti internet dai 16 anni in su; traffico dalle piattaforme di IA: Statcounter (luglio 2026); siti più visitati: Semrush (agosto 2026); ricerche: Google Trends. Le slide sono riprodotte integralmente secondo le condizioni di riuso di DataReportal.